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L’effetto Covid sull’impatto ambientale degli imballaggi

L’effetto Covid sull’impatto ambientale degli imballaggi.



Per gli italiani l’igiene viene prima della sostenibilità del packaging.



Sembrava uno dei temi di grandissimo appeal del nuovo decennio, destinato a influenzare a tappeto le politiche aziendali. Fino a poco meno di un anno fa i cittadini erano particolarmente interessati alla riduzione degli imballaggi dei propri acquisti e anche alla qualità del packaging. Che a conti fatti costituiscono non solo un problema di coscienza e sensibilità ambientale in senso stretto, ma vanno a gravare sull’economia familiare della raccolta differenziata. Poi è arrivato il Covid e molto sembra essere cambiato.



La multinazionale di consulenza strategica McKinsey ha condotto una ricerca fra i consumatori sulle loro motivazioni all’acquisto. A saltare all’occhio nei risultati  è un totale cambio di rotta in tema di packaging. Traducendo: in tempo di Covid l’imballaggio sostenibile non è più un’esigenza primaria. Negli Usa come in Italia. Dove l’82 per cento degli intervistati dalla multinazionale afferma di pensare prima di tutto all’igiene. L’impatto ambientale? È diventato un problema che riguarda solo il 52 per cento dei partecipanti all’indagine.



Lo studio – effettuato, oltre che negli Usa e in Italia anche in altri nove Paesi con risultati molto simili – spazia in ogni tipologia merceologica. Le ragioni sono molteplici. Una riguarda senza dubbio il fatto che il settore del packaging è tra quelli messi maggiormente sotto stress nel 2020, schiacciato com’è dalle esigenze di produrre sempre più imballaggi a causa dell’epidemia sanitaria che spinge agli acquisti online. Con il consumatore che non sembra essere necessariamente più così esigente su come il prodotto acquistato venga imballato.



Guardando da vicino i risultati dell’indagine di McKinsey, il 66 per cento degli americani che acquista cibo confezionato afferma di scegliere in base al prezzo, il 46 per cento in base alla percezione della qualità, il 44 per cento per il brand, il 30 per cento per la convenienza e solo il 24 per cento per come il prodotto è stato confezionato. Per trovare risposta all’importanza dell’impatto ambientale e sociale è necessario scendere rispettivamente fino a 13 e all’11 per cento. Nel beverage le cose non si discostano: l’11 per cento guarda all’impatto ambientale del prodotto, il 9 per cento a quello sociale, per il 62 per cento a contare è il prezzo.



In Italia fortunatamente per ora va un po’ meglio. Da noi l’impatto ambientale tiene ancora banco nelle scelte di acquisto, con il 52 per cento dei consumatori che lo pone come prioritario. E se, come si diceva, l’82 per cento degli intervistati afferma di mettere al primo posto l’igiene, vanno guardati con particolare attenzione quel 70 per cento che ritiene importante la durata dell’imballaggio e quel 65 per cento attento ai label informativi. Cioè alle certificazioni ambientali e di prodotto.



Che il Covid abbia trasformato il comportamento dei consumatori è innegabile. Prima della pandemia la sostenibilità degli imballaggi era in crescita costante e rappresentava un punto fermo nelle politiche governative di molti stati. Evidente che al momento dell’acquisto la sensibilità è cambiata, ma per le aziende non è certo il momento di fermarsi o peggio ancora di tornare indietro. Il futuro del packaging – anche o soprattutto in virtù di coloro che affermano di cercare informazioni sui prodotti sostenibili – deve continuare ad andare nella direzione degli imballaggi riciclati o in plastica riciclabile.



Una scelta, quella degli imballaggi sempre più green oriented, che anche ITLAS aveva intrapreso prima dell’emergenza sanitaria e che sta continuando a portare avanti, affiancando alle ormai tradizionali scatole di cartone riciclabile il termoretraibile 100 per cento riciclato e il pluriball 30 per cento riciclato.



L’effetto Covid – incertezza sanitaria ed economica in primis – ha generato un mix di nuove priorità che vanno a fondersi con le precedenti preoccupazioni. Per capirci, il consumatore che non guarda più come prima cosa all’impatto dell’imballaggio è al contempo estremamente preoccupato per l’inquinamento dei mari (75 per cento), per la produzione dei rifiuti (72 per cento) e per i cambiamenti climatici (70 per cento). Solo che oggi contano di più altre cose. Come l’igiene appunto. Anche negli imballaggi. Quindi? Quindi le aziende del packaging hanno un gran bel daffare a trovare nuove soluzioni, ovviamente sostenibili.


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