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Crisanti, il professore del “modello Veneto” contro il Covid-19

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 “Per bloccare il virus vanno fatti i tamponi alle persone a rischio” 



Dice che l’immagine che si porterà sempre nel cuore sarà quella dei suoi collaboratori stremati. Giorni e notti a processare tamponi. Lo dice con quel velo di timidezza e di emozione che lo ha accompagnato quando, fuori dal suo habitat naturale, ha ricevuto il Sigillo della Città di Padova o quando è diventato cittadino onorario di Vo’. Si è commosso anche di fronte alla fila dei bambini del piccolo paese sui Colli Euganei che si sono presentati spontaneamente per farsi fare il tampone per il terzo campionamento sugli abitanti del primo focolaio del Veneto, con l’obiettivo di analizzare tutto il background genetico. 



Andrea Crisanti – dalla fine di ottobre dello scorso anno direttore del Dipartimento di Medicina molecolare dell’Università di Padova, nonché capo del laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’Azienda ospedaliera – per i veneti è colui che, intuendo la necessità di eseguire i tamponi anche sugli asintomatici, ha limitato i danni del coronavirus salvando migliaia di vite e ha reso la strategia di questa regione un modello per il resto del mondo. 



Intervistato da Nicolò Rocco, presidente di TEDxTreviso (di cui Itlas è partner), Crisanti ha raccontato la sua strategia, che è riuscito a far prevalere in contrasto con le linee guida ufficiali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e grazie ad un presidente di regione, Luca Zaia, che si è fidato di lui. 



“Più che un’intuizione, il mio è stato un momento di svolta dettato dai risultati delle analisi che arrivavano dal campionamento di Vo’. Spulciando tutte le schede delle persone sottoposte a tampone – racconta il professore – è emerso che il 43 per cento dei positivi era asintomatico e che il 3 per cento della popolazione di Vo’ era positivo. Un’enormità”. 



Andrea Crisanti (Foto: Ufficio Stampa Comune di Padova)

Andrea Crisanti (Foto: Ufficio Stampa Comune di Padova)



Lui – 65 anni, romano, che fino a qualche mese prima lavorava da una vita all’Imperial College di Londra e che per accettare di trasferirsi a Padova si era messo in aspettativa – la prima cosa che fece in quei giorni di febbraio fu telefonare a Zaia. “Gli chiesi di ripetere il campionamento per vedere cosa succedeva con la chiusura totale di Vo’, decisa principalmente per panico. Ci ha dato una fotografia dettagliata all’inizio dell’epidemia”. Ovvero: l’isolamento riduceva del 98 per cento il contagio. Non solo. Vennero scoperti nuovi casi, contagiati da persone asintomatiche.



“Una volta isolati, gli abitanti guarivano rapidamente, l’infezione si presentava in modo meno grave e c’era meno carica virale. Ma l’epidemia – spiega Crisanti – non poteva essere contenuta solo controllando le persone. Era necessario un nuovo approccio. Bisognava partire dalle persone malate e cercare le persone per così dire silenziose”. La strategia della ricerca degli asintomatici attraverso i tamponi con il blocco sul nascere dei cluster. All’ospedale di Padova, il più grande d’Italia, si è agito così: tutto il personale ospedaliero è stato testato a rotazione. “Potenzialmente quell’ospedale era una bomba, ma questa politica rigorosa ha dato i suoi frutti”, fa sapere il virologo.



Sono passati esattamente tre mesi, da quel 21 febbraio in cui tutto ebbe inizio. Il lockdown è finito e siamo entrati nella seconda fase della fase 2. “Ma su COVID-19 sono più le cose che ancora non sappiamo rispetto a quelle che sappiamo. Sappiamo che muta, molto meno degli altri virus ed è leggermente più stabile. E sappiamo – sottolinea il professor Crisanti – che ci infettiamo con una carica virale più bassa e quindi ci ammaliamo in modo meno grave perché usiamo la mascherina e mettiamo in atto il distanziamento sociale”. 



Ma adesso che siamo in questo non-lockdown cosa ci dobbiamo aspettare? “Lo scopriremo fra un mese”, annuncia, ricordando che la riapertura è stata decisa con un numero di casi di positività esattamente uguale a quello che aveva fatto decidere di chiudere tutta l’Italia, senza un’analisi dettagliata del rischio. E aggiunge: “Per me l’aspetto più preoccupante è non avere una visione sul numero reale degli infetti, che oscilla fra cinque e dieci volte il numero dei casi diagnosticati. Per questo non sappiamo quale rischio stiamo correndo”. Di incoraggiante c’è che Andrea Crisanti non crede che si sarà costretti a tornare ad un lockdown generale. “Ma alla ripresa della trasmissione alcune aree dovranno essere chiuse. La ricetta per bloccare il virus adesso ce l’abbiamo, ma dobbiamo capire se abbiamo imparato la lezione”.



C’è poi la questione dei test sierologici, su cui molti fanno affidamento per sentirsi sicuri e riprendere le attività economiche con maggiore tranquillità. Crisanti non condivide la scelta. “Non hanno senso per la sorveglianza attiva”, dice. Il test sierologico, sfruttando unicamente la risposta immunitaria, non ha la capacità di dirci se siamo infettivi. A questo va aggiunto che gli asintomatici producono pochissimi anticorpi o addirittura nessuno. Per questo secondo il professore del “modello Veneto” è necessario fare uno sforzo e iniziare a ragionare in termini di rischio. “Bisogna fare i tamponi alle persone a rischio, valutando il loro stile di vita, le frequentazioni, i luoghi, il tipo di lavoro”, spiega.



Tra le migliaia di persone che in questi mesi si sono ammalate, gli esiti clinici sono stati molto diversi fra loro. La risposta starebbe nella genetica, che è suscettibile in una malattia generata da un agente patogeno. “Abbiamo assistito alla stessa cosa con l’HIV, malattia che ad esempio in intere regioni dell’Africa non è riuscita a penetrare. Per questo ho chiesto un terzo campionamento a tappeto a Vo’, compresi i bambini, per capire se esistano delle varianti genetiche del COVID-19. Anche perché abbiamo a disposizione terapie promettenti, come quella con l’utilizzo del plasma, che oggi sono destinate ai malati gravi ma che in seguito potranno essere a disposizione di chi si infetta a seconda del proprio background genetico”.



Il professore già a metà gennaio era entrato in possesso di informazioni riguardo alla diffusione e alla capacità di contagio del COVID-19, dicendo a tutti che l’Italia non sarebbe stata immune dal rischio del contagio. Parte di una comunità scientifica spesso in contrasto sul da farsi, oggi afferma che nel nostro Paese – non avendo più né scienziati né ricercatori – le risposte sono state affidate ai virologi ma che, soprattutto, “ogni epidemia va sconfitta sul territorio”. Il vantaggio del Veneto, come quello di alcuni paesi nel mondo abituati ad affrontare le epidemie, è stato quello di essere da anni bersagliato dal West Nile Virus e di avere già avviato di conseguenza un sistema integrato di conoscenze e di risposte. Che non è stata poca cosa, in termini di vite umane.



Intervista completa sulla pagina Facebook di Tedx Treviso: www.facebook.com/TEDxTV/videos/170892574350070/


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