Sono trascorsi dieci anni dall’Accordo di Parigi, il trattato stipulato tra gli stati membri della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Dieci anni da quando vennero presi impegni storici sulla riduzione delle emissioni dei gas serra per limitare il riscaldamento globale entro i 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriale. Era il 12 dicembre 2015 e il mondo si incamminava a grandi, entusiastici passi in una concezione economica sostenibile, attraverso un piano d’azione globale che si prefiggeva il raggiungimento entro il 2030 di 17 obiettivi interconnessi – i cosiddetti goal dell’Agenda 2030 – per porre fine alla povertà, proteggere il pianeta e garantire prosperità, pace e partnership per tutti.
Da lì a oggi abbiamo attraversato una pandemia mondiale, siamo nel mezzo di conflitti che generano crescenti tensioni geopolitiche e, non da ultimo in ordine di importanza, crescono il negazionismo climatico e lo scetticismo sugli impegni presi, grazie soprattutto al ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.
Ecco allora che la COP 30 (la trentesima Conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, in programma in questi giorni a Belém, in Brasile) si sta trovando a fare i conti con un contesto tutt’altro che favorevole a qualsivoglia accordo poco più che ambizioso. Ritrovarsi a parlare di clima nel cuore dell’Amazzonia (con il suo ruolo cruciale nella regolazione del clima globale e quindi un luogo scelto dal presidente brasiliano Lula come un monito), a quanto pare non basta.
Non sembrano bastare neppure i numeri allarmanti che arrivano dai dossier presentati in questi giorni e che raccontano dell’aumento delle temperature, dello scioglimento dei ghiacciai, della siccità, degli eventi meteorologici estremi, della perdita di biodiversità. Ma anche, come riporta il quotidiano Repubblica, delle “conseguenze sociale ed economiche che aumentano il tasso dei livelli di povertà a livello globale, investendo come al solito le popolazioni più fragili con l’insicurezza alimentare, il ricorso alla sussistenza e alle migrazioni forzate”.
La COP 30 si chiuderà venerdì 21 novembre e si nutrono pochissime speranze a livello decisionale. Tanto per essere chiari: chi inquina di più non si è presentato al vertice. I capi di stato di Stati Uniti, India e Cina hanno disertato l’appuntamento. Insieme, questi tre paesi producono grossomodo la metà delle emissioni globali. Aggiungiamoci pure il ruolo dell’Europa, che dopo aver messo in moto politiche (forse) drastiche, ci ha ripensato, stoppando o rinviando le proprie decisioni. Arrivando nei giorni scorsi a impegnarsi per una diminuzione delle emissioni del 90 per cento entro il 2040, ma al contempo facendo i conti con stati che, riferisce sempre Repubblica, “flessibilizzano i congegni legislativi col risultato di rendere meno efficace ogni provvedimento”.